di Antonino DUCA (Segretario Generale SAM)
Nel sindacato militare si sta affermando un fenomeno tanto pericoloso quanto silenzioso: la polarizzazione delle idee. Sempre più spesso il valore di una proposta non viene misurato sulla sua sostenibilità tecnica o sulla sua efficacia, ma sulla capacità di generare consenso immediato. Sembra prevalere chi urla di più, chi promette di più e chi riesce a raccogliere maggiore visibilità sui social, mentre chi prova a spiegare la complessità delle trattative viene accusato di essere “venduto”, “debole” o addirittura “complice”. È il populismo applicato al sindacato, un modello che alimenta contrapposizioni ma non produce soluzioni.
A rendere ancora più preoccupante questo fenomeno è il clima che, sempre più spesso, si respira anche nelle chat WhatsApp e negli altri spazi di confronto tra colleghi siano essi sindacalisti o meno. Luoghi che dovrebbero favorire il dialogo e la circolazione delle idee finiscono, invece, per trasformarsi in vere e proprie camere dell’eco, dove ogni posizione divergente viene vissuta come un attacco personale. Da un semplice dissenso si passa rapidamente a prese di posizione discutibili, alla delegittimazione dell’interlocutore e, talvolta, a reazioni che sfiorano i limiti dello sciacallaggio con attacchi personali verso dirigenti, sfruttando ogni circostanza per alimentare ulteriormente la contrapposizione. Un escalation che porta da una semplice azione tipo l’estromissione di un dirigente da un gruppo di confronto, a reazioni devastanti che se non stessimo parlando di persone adulte potremmo di fatto pensare che forse un gruppo di bambini dimostra più maturità.
In questo modo il dibattito si inasprisce sempre di più, perdendo di vista il merito delle questioni e concentrandosi sulle persone anziché sulle idee. È una dinamica del tutto fuori luogo per un’organizzazione sindacale che dovrebbe fare del pluralismo, del rispetto reciproco e del confronto costruttivo i propri punti di forza. Le opinioni possono e devono essere diverse, ma quando il confronto degenera in tifoseria o nella ricerca dello scontro a ogni costo, non vince nessuno: perde credibilità l’intero movimento sindacale e, soprattutto, perdono i militari che i aspettano soluzioni concrete, non polemiche sterili.
La favola dei “200 euro netti”
In questo clima si è consolidata la narrazione dei “200 euro netti”, facendo credere al personale militare che fosse sufficiente alzare i toni dello scontro per ottenere risorse economiche che, semplicemente, non esistono nel perimetro finanziario del rinnovo contrattuale.
La realtà è diversa: il contratto 2025-2027 è stato finanziato con le risorse previste dalla legge di bilancio e consente incrementi sostanzialmente coerenti con il quadro inflattivo del triennio. Alimentare aspettative prive di basi concrete significa soltanto preparare una delusione collettiva, perché quando la propaganda incontra la realtà sono sempre i lavoratori a pagarne il prezzo.
Perché il SAM ha posto delle pregiudiziali
Nel frattempo il dibattito rischia di allontanarsi dalla questione davvero decisiva. Mentre ci si divide su cifre spesso prive di qualsiasi fondamento tecnico, passa quasi inosservato il tema destinato a incidere maggiormente sul futuro economico dei militari: la previdenza dedicata.
È proprio su questo punto che il Sindacato Autonomo dei Militari (SAM) ha scelto di assumere una posizione chiara, concreta e responsabile, individuando come pregiudiziale alla sottoscrizione del contratto l’apertura di un tavolo politico sulla previdenza dedicata, il riconoscimento di risorse aggiuntive sulla specificità da destinare prioritariamente al FESI, l’introduzione di un meccanismo di verifica del potere d’acquisto rispetto all’inflazione e l’avvio del confronto sulle agibilità sindacali.
Guardare oltre a garanzia del futuro
Queste non sono richieste simboliche né strumenti per rinviare la firma del contratto. Rappresentano, invece, la volontà di affrontare i problemi strutturali del comparto Difesa e Sicurezza. Se esistono risorse aggiuntive da reperire al di fuori del contratto, è proprio dalla previdenza dedicata che bisogna partire. È lì che si misura concretamente il riconoscimento della specificità militare ed è lì che si decide se chi dedica un’intera vita al servizio dello Stato potrà contare, al termine della carriera, su un trattamento pensionistico realmente adeguato.
Il rischio di una generazione di militari poveri
è reale, infatti, non è quello di non ottenere i tanto evocati “200 euro netti”. Il rischio di consegnare alle future generazioni di militari pensioni sempre più deboli, incapaci di garantire una vecchiaia dignitosa dopo decenni di servizio, mobilità, impieghi operativi e sacrifici personali e familiari.
Questa la battaglia che dovrebbe unire il mondo sindacale, perché riguarda il futuro di migliaia di donne e uomini che hanno scelto di servire lo Stato.
Per questa ragione il SAM, insieme alla maggioranza delle organizzazioni sindacali presenti al tavolo negoziale, ha ritenuto indispensabile chiedere al Governo un’assunzione di responsabilità politica prima della sottoscrizione definitiva del contratto. Non per rallentare il rinnovo contrattuale, ma per evitare che rappresenti l’ennesima occasione persa su un tema che non può più essere rinviato.
Le grandi riforme non nascono dagli slogan
La storia insegna che le grandi conquiste sindacali non nascono dalla ricerca del consenso facile. Nascono dallo studio, dalla credibilità, dalla capacità di negoziare e dal coraggio di dire la verità anche quando è meno conveniente. Una promessa irrealizzabile può conquistare qualche applauso sui social; una previdenza dedicata, invece, può cambiare il destino economico di un’intera generazione di militari.
È questa la differenza tra chi rincorre il consenso e chi costruisce il futuro. Ed è questa la strada che il SAM continuerà a percorrere.










