30 Luglio 2026

Continuità contrattuale: la strada più seria per difendere il potere d’acquisto dei militari e non solo

di Antonino DUCA (Segretario Generale del Sindacato Autonomo dei Militari)

Oltre gli slogan

Negli ultimi mesi il dibattito sul rinnovo contrattuale si è spesso ridotto a un confronto semplicistico tra la percentuale degli aumenti e l’inflazione. Da qui sono nate affermazioni secondo cui il contratto sarebbe insufficiente perché non recupererebbe integralmente il potere d’acquisto perso negli anni precedenti. È una lettura parziale che rischia di confondere fenomeni diversi e periodi storici differenti. Per valutare correttamente un rinnovo contrattuale bisogna distinguere tra lo shock inflazionistico eccezionale registrato tra il 2022 e il 2024 e l’inflazione prevista per il triennio di riferimento del contratto.

Il contratto 2025-2027 è coerente con l’inflazione del triennio

Il primo assunto da cui partire è semplice: il rinnovo 2025-2027 è stato finanziato con risorse sostanzialmente coerenti con l’andamento inflazionistico previsto per il triennio di riferimento. Le percentuali stanziate nella legge di bilancio sono state costruite tenendo conto delle previsioni macroeconomiche e dell’evoluzione dell’IPCA utilizzata nella programmazione economica.

Affermare, quindi, che il contratto 2025-2027 “non copre l’inflazione” è corretto solo se gli si attribuisce anche il compito di recuperare integralmente la perdita di potere d’acquisto maturata durante lo shock inflazionistico del triennio precedente. Ma si tratta di due questioni completamente diverse. Nessun sistema contrattuale può realisticamente concentrare in un solo rinnovo il recupero di diversi anni di inflazione straordinaria senza disporre di risorse eccezionali.

L’IPCA non è un tetto invalicabile, ma…

Un altro equivoco riguarda il ruolo dell’IPCA. L’indice armonizzato dei prezzi rappresenta un parametro economico di riferimento, non un limite giuridico. Nulla impedisce, in linea teorica, di sottoscrivere un contratto con aumenti superiori all’IPCA. Per farlo, però, è necessario che il Parlamento stanzi le relative risorse nella legge di bilancio.

Nel pubblico impiego il tavolo negoziale non può distribuire somme che non siano state preventivamente autorizzate. Il vero vincolo non è l’IPCA, ma la disponibilità finanziaria e il rispetto degli equilibri di finanza pubblica.

Perché non si recupera tutto in una sola volta

C’è poi una ragione economica che non può essere ignorata. Un parodosso che è Comunque reale. Se si destinassero in un’unica tornata decine di miliardi di euro per recuperare integralmente tutta l’inflazione accumulata negli anni precedenti – ammesso che quelle risorse si trovino davvero “sotto qualche mattonella” – il rischio sarebbe quello di alimentare nuove spinte inflazionistiche, aumentando la domanda in misura superiore alla capacità del sistema economico di soddisfarla.

È anche per questo motivo che le politiche salariali vengono coordinate con la politica di bilancio e con quella monetaria. Il recupero del potere d’acquisto deve essere costruito senza compromettere la stabilità economica complessiva.

La continuità contrattuale cambia prospettiva

Ed è proprio qui che assume valore la continuità contrattuale.

Per anni il pubblico impiego ha conosciuto lunghi blocchi o ritardi dei rinnovi. Questo ha determinato un progressivo accumulo della perdita di potere d’acquisto, rendendo sempre più difficile recuperarla in un’unica soluzione.

La continuità contrattuale cambia completamente prospettiva. Ogni rinnovo aggiorna la base stipendiale, consolida gli incrementi ottenuti e costituisce il punto di partenza del contratto successivo. In questo modo gli aumenti si stratificano nel tempo, impediscono che il divario continui ad ampliarsi e consentono di riassorbire progressivamente anche le perdite del passato.

Naturalmente il contratto non è l’unico strumento attraverso cui si tutela il potere d’acquisto. Sul reddito disponibile incidono anche gli arretrati, la progressiva riduzione del carico fiscale prevista dalle leggi di bilancio, gli interventi di defiscalizzazione, le risorse destinate alla specificità del comparto e quelle dei fondi accessori.

Un esempio concreto è rappresentato dalla defiscalizzazione del trattamento accessorio prevista per il personale del Comparto Difesa, Sicurezza e Soccorso pubblico, introdotta già con il riordino delle carriere per il personale che rientra nei limiti di reddito previsti dalla normativa. Per chi supera tale soglia di questo beneficio, si aggiunge oggi quanto previsto dall’ultima legge di bilancio che, attraverso la riduzione della tassazione sul trattamento accessorio fino a 800 euro annui ai dipendenti pubblici con redditi complessivi fino a 50.000 euro.

Sono misure che non derivano direttamente dal contratto collettivo ma che incidono comunque sul reddito netto dei lavoratori. Ecco perché limitarsi a confrontare la sola percentuale di aumento con il dato dell’inflazione restituisce una fotografia inevitabilmente incompleta. La tutela del potere d’acquisto è il risultato dell’azione congiunta della contrattazione, delle politiche fiscali e delle scelte legislative.

La posizione del SAM

Come Sindacato Autonomo dei Militari abbiamo scelto di affrontare questa trattativa con senso di responsabilità e con una visione di lungo periodo.

Abbiamo sempre detto con chiarezza che il contratto 2025-2027, considerato nel suo triennio di riferimento, è coerente con l’andamento inflazionistico previsto e rappresenta un tassello fondamentale nel percorso della continuità contrattuale. Allo stesso tempo non abbiamo mai sostenuto che, da solo, potesse cancellare gli effetti dello straordinario aumento dei prezzi verificatosi tra il 2022 e il 2024.

Confondere questi due piani significa alimentare aspettative che nessun tavolo negoziale potrebbe realisticamente soddisfare.

Per il SAM la vera sfida non consiste nel promettere risultati impossibili, ma nel costruire un sistema contrattuale stabile, capace di garantire rinnovi regolari, verifiche degli eventuali scostamenti inflazionistici, valorizzazione della specificità e un progressivo rafforzamento del FESI. Proprio in questa direzione va letta la clausola inserita nell’accordo, che consente di destinare ai fondi per la produttività eventuali ulteriori risorse che dovessero essere stanziate già nella prossima legge di bilancio. A questo si affiancano il percorso sulla previdenza dedicata e il costante miglioramento degli istituti economici e normativi.

La continuità contrattuale non è un punto di arrivo, ma il presupposto indispensabile per impedire che gli errori del passato si ripetano. È la strada che abbiamo scelto, in coerenza con la posizione assunta dalla maggioranza delle organizzazioni rappresentative del Comparto Difesa e Sicurezza e con quanto avvenuto nell’intera Pubblica Amministrazione.

La vera contrattazione non consiste nel dire semplicemente “no”. Consiste nell’ottenere il massimo possibile con le risorse disponibili e nel creare le condizioni affinché il contratto successivo possa essere migliore di quello appena sottoscritto.

Perché un rinnovo contrattuale non è mai un punto di arrivo. È il punto di partenza della trattativa successiva. Ed è proprio questa la differenza tra chi si limita a commentare il presente e chi, invece, lavora ogni giorno per costruire risultati concreti anche per il futuro.

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