Presentare il 2,48% di adeguamento dei dirigenti come la prova di un “furto” consumato ai danni del personale contrattualizzato è una rappresentazione falsa, costruita ad hoc. E poco cambia se nasce dall’ignoranza dei meccanismi retributivi oppure dalla malafede di chi, dovendo giustificare politicamente e sindacalmente il proprio “NO” al contratto, ha bisogno di dimostrare che qualcun altro avrebbe ottenuto ciò che i firmatari avrebbero invece lasciato per strada. Il punto è che quei soldi non sono stati sottratti a nessuno e quel 2,48% non rappresenta una diversa disponibilità di risorse che avrebbe potuto essere destinata a Graduati, Sergenti, Marescialli e Ufficiali non dirigenti. Utilizzarlo in questo modo significa mettere insieme due sistemi retributivi differenti per costruire una contrapposizione che, tecnicamente, non regge.
Quando dati veri vengono selezionati, isolati e messi a confronto con sistemi diversi per sostenere che al personale di Difesa e Sicurezza sarebbero rimaste “le briciole”, il problema non è più soltanto comprendere una norma. Il problema è il modo in cui quella norma viene raccontata.
Il 2,48% per il 2026 per il personale non contrattualizzato è ufficiale. Nessuno lo nega. Quello che lascia perplessi è utilizzare proprio quel dato per sostenere che ai dirigenti arriverebbero aumenti privilegiati mentre a Graduati, Sergenti, Marescialli e Ufficiali non dirigenti sarebbero rimaste soltanto “le briciole per colpa dei sindacati firmatari”. Perché basta leggere il meccanismo nella sua interezza, anziché fermarsi alla percentuale utile a costruire una locandina, per scoprire una realtà decisamente più complessa.
L’articolo 24 della legge n. 448/1998 stabilisce infatti il meccanismo attraverso il quale viene determinato l’adeguamento annuale del personale interessato, assumendo come riferimento gli incrementi medi conseguiti nell’anno precedente dalle categorie di pubblici dipendenti contrattualizzati. Per il 2026 ISTAT ha rilevato una variazione delle retribuzioni contrattuali pro capite del 2,48% tra il 2024 e il 2025 e il DPCM ha recepito quel dato. Questo significa una cosa molto semplice, che curiosamente scompare quando si costruisce la contrapposizione: proprio quel 2,48% utilizzato per mettere dirigenti contro contrattualizzati deriva dalla dinamica retributiva dei contrattualizzati. Non è il recupero automatico dell’inflazione, non è una percentuale stabilita discrezionalmente per premiare la dirigenza e soprattutto non è quel fantomatico “3% ogni anno” che qualcuno ha raccontato in passato.
Se vogliamo confrontare, raccontiamo tutti i numeri
Nel 2025 l’adeguamento del personale non contrattualizzato è stato dello 0,61%; nel 2026 è del 2,48%. Per il personale contrattualizzato, invece, il ciclo 2025-2027 presenta una progressione delle risorse pari al +1,8% nel 2025, +3,6% nel 2026 e +5,9% a regime nel 2027. Queste percentuali non vanno sommate tra loro: rappresentano la crescita progressiva fino al 5,9% a regime. E soprattutto non è metodologicamente corretto prendere le percentuali dei due sistemi e confrontarle meccanicamente, perché basi di calcolo, periodi di riferimento e modalità di determinazione sono differenti.
Ma allora la domanda sorge spontanea: se i sistemi non sono direttamente sovrapponibili, perché utilizzare il 2,48% come dimostrazione delle “briciole” ottenute dai contrattualizzati? È esattamente questa la contraddizione. Si sostiene che il confronto sia evidente proprio perché si omette di spiegare ciò che renderebbe evidente quanto quel confronto sia più complesso.
Se raccontiamo il 2,48%, raccontiamo anche lo 0,61% dell’anno precedente. Se parliamo degli incrementi della dirigenza, raccontiamo anche la dinamica 1,8%-3,6%-5,9% prevista per i contrattualizzati. E soprattutto spieghiamo che l’adeguamento dei non contrattualizzati prende come riferimento proprio la dinamica delle retribuzioni contrattuali della Pubblica Amministrazione. Altrimenti non stiamo confrontando due sistemi: stiamo scegliendo i numeri necessari a dimostrare una tesi già scritta.
“Colpa dei sindacati firmatari”: ma quali risorse sarebbero scomparse?
Ancora più singolare è leggere che le presunte “briciole” sarebbero arrivate “per colpa delle sigle sindacali firmatarie del contratto 2025-2027”. Una rappresentazione che lascia intendere al personale che, se tutti avessero detto no, sul tavolo sarebbero magicamente comparsi altri miliardi.
Ma non funziona così.
Le risorse complessive destinate ai rinnovi vengono stanziate dal legislatore. La contrattazione serve a negoziarne la distribuzione, intervenire sugli istituti economici e normativi, rivendicare ulteriori risorse e cercare di ottenere il miglior risultato possibile dentro un quadro finanziario che il sindacato non può unilateralmente moltiplicare.
Si può ritenere insufficiente uno stanziamento. Si può contestare come siano state distribuite le risorse. Si può chiedere di più. Si può legittimamente decidere di non firmare. Questo è pluralismo sindacale. Ma se si sostiene che i firmatari avrebbero impedito di ottenere somme maggiori, allora bisognerebbe rispondere a una domanda molto semplice: quali ulteriori risorse concretamente disponibili sarebbero state lasciate sul tavolo? Con quale stanziamento legislativo? E per quale importo?
Perché un “NO” può essere una scelta politica o sindacale perfettamente legittima, ma non costituisce di per sé una fonte di finanziamento.
Il vero problema è la continuità contrattuale
Questo non significa affermare che il sistema contrattuale sia perfetto o che le risorse siano sempre sufficienti. Al contrario, esiste un problema reale che riguarda il potere d’acquisto del personale di Difesa e Sicurezza, ma proprio per questo sarebbe utile discutere delle soluzioni invece di costruire guerre tra categorie.
Una delle questioni centrali è la continuità contrattuale. Quando un contratto viene rinnovato quando il triennio al quale si riferisce è ormai terminato, il personale vede arrivare insieme arretrati e aumento a regime e percepisce inevitabilmente anni di sostanziale immobilità salariale. Il personale soggetto all’adeguamento annuale, invece, vede aggiornare il proprio trattamento con maggiore regolarità. Questa differenza temporale contribuisce enormemente alla percezione del divario.
Ecco perché la tutela del potere d’acquisto passa dalla capacità di rinnovare i contratti durante la loro vigenza e aprire immediatamente il ciclo successivo. Se il percorso 2025-2027 prevede una dinamica del 1,8% nel 2025, 3,6% nel 2026 e 5,9% a regime nel 2027, quelle risorse devono trasformarsi in salario il più tempestivamente possibile. Aspettare anni per rinnovare i contratti e poi utilizzare proprio quel ritardo per sostenere che la contrattazione non funziona significa confondere la causa con l’effetto.
La continuità contrattuale non risolve automaticamente ogni problema salariale, ma rappresenta uno degli strumenti più importanti per impedire che gli incrementi arrivino sistematicamente in ritardo rispetto alla crescita del costo della vita.
Per le Forze Armate serve anche una vera riforma delle operative
Per il personale militare esiste poi una questione ancora più strutturale: il sistema delle indennità operative deve essere riformato. È un impianto stratificato nel corso di decenni che non sempre rappresenta adeguatamente l’effettivo impiego, le responsabilità, i rischi, le professionalità e le condizioni nelle quali il personale è chiamato a operare.
È qui che una rappresentanza sindacale dovrebbe concentrare una parte importante delle proprie energie: riforma delle indennità operative, maggiori risorse per la specificità, previdenza dedicata, valorizzazione professionale, progressioni economiche e interventi strutturali sulla retribuzione. Sono rivendicazioni molto meno semplici da rappresentare con una locandina, perché richiedono risorse, modifiche normative, confronto politico e capacità negoziale. Ma sono proprio quelle che possono produrre risultati duraturi.
Il personale non va usato per costruire consenso
Ed è qui che il tema diventa anche una questione di responsabilità sindacale. Comparare sistemi differenti per comprenderne vantaggi e criticità è assolutamente legittimo. Prendere soltanto gli elementi utili alla propria posizione e assemblarli per alimentare la convinzione che qualcuno abbia sottratto soldi al personale è un’altra cosa.
Il metodo è semplice: si prende il 2,48% del 2026, lo si mette in grande evidenza; lo 0,61% del 2025 diventa improvvisamente meno interessante; non si spiega compiutamente da dove deriva il parametro; si trascura la dinamica 1,8%-3,6%-5,9% dei contrattualizzati e infine si aggiunge la frase più efficace: “per colpa dei sindacati firmatari”. A quel punto la conclusione è già confezionata: qualcuno avrebbe avuto gli aumenti e qualcun altro avrebbe ricevuto le briciole perché altri sindacati avrebbero ceduto.
Un dato vero, privato del suo contesto, può diventare lo strumento perfetto per costruire una rappresentazione fuorviante. Non occorre inventare i numeri: basta scegliere quelli utili, omettere quelli scomodi e mettere sullo stesso piano grandezze che rispondono a meccanismi differenti.
Questo modo di comunicare va stigmatizzato, soprattutto quando proviene da chi aspira a rappresentare il personale. Perché il personale di Difesa e Sicurezza non è una platea da eccitare attraverso la rabbia e non è un bacino di consenso al quale raccontare soltanto ciò che conviene. Merita tutti i numeri, anche quelli che non fanno comodo alla propria posizione sindacale.
Si può essere favorevoli o contrari a un contratto. Si può firmare oppure non firmare. Si può sostenere che servissero più risorse. Sono tutte posizioni legittime. Quello che non dovrebbe essere legittimato è il tentativo di trasformare una posizione sindacale in una verità matematica attraverso comparazioni costruite ad hoc.
Difesa e Sicurezza non hanno bisogno di un nemico, ma di risultati
La perdita del potere d’acquisto è un problema reale. Il divario accumulato da alcune categorie è un tema reale. La necessità di valorizzare responsabilità e professionalità è reale. La specificità necessita di ulteriori risorse. Le operative devono essere riformate. La previdenza dedicata deve diventare concreta.
Non abbiamo quindi bisogno di inventare un nemico per sostenere rivendicazioni che sono già sufficientemente forti.
Mettere dirigenti contro non dirigenti può produrre un titolo efficace. Dare la colpa ai firmatari può produrre qualche consenso in più. Ma nessuna delle due operazioni aggiunge automaticamente un euro alla busta paga del personale.
La strada seria è più complessa: continuità contrattuale per tutelare il potere d’acquisto dell’intero comparto Difesa e Sicurezza, contratti conclusi durante la loro vigenza, maggiori risorse per la specificità e, per il personale militare, una vera riforma delle indennità operative e della previdenza dedicata.
Ed è qui che il titolo trova il suo significato.
“Beata ignoranza”, è proprio il caso di dirlo. Perché una cosa è ignorare un meccanismo: si studia, si approfondisce e si corregge l’errore. Altra cosa è conoscere dati e norme, scegliere soltanto quelli funzionali alla propria tesi e assemblarli ad hoc per convincere il personale che qualcuno gli abbia sottratto ciò che avrebbe potuto ottenere.
In quel caso non siamo più davanti all’ignoranza. Siamo davanti alla propaganda. E il personale di Difesa e Sicurezza merita molto di più.










