Negli ultimi mesi mi è stata rivolta più volte la stessa domanda: perché avete firmato il contratto? È una domanda legittima e credo che chi rappresenta migliaia di militari abbia il dovere di rispondere con chiarezza. La mia risposta è semplice: abbiamo firmato perché crediamo che fare sindacato significhi assumersi delle responsabilità e non limitarsi a raccogliere consenso dicendo sempre di no.
Viviamo in un tempo in cui sembra che il rifiuto, a prescindere, venga considerato sinonimo di coerenza. È una narrazione che può portare applausi e qualche consenso nell’immediato, ma il sindacato non può vivere di slogan. Deve vivere di risultati. Per questo ritengo che il nostro compito non sia promettere ciò che sappiamo di non poter ottenere, ma conquistare ogni spazio possibile di miglioramento e costruire le condizioni perché il contratto successivo possa essere ancora migliore del precedente.
Sul rinnovo 2025-2027 si è detto di tutto. C’è chi continua a sostenere che il contratto non recuperi il potere d’acquisto e che, per questo, avrebbe dovuto essere respinto. È una lettura che, a mio avviso, confonde periodi storici diversi. Lo shock inflazionistico eccezionale registrato tra il 2022 e il 2024 non può essere imputato a un contratto che riguarda il triennio 2025-2027. Questo rinnovo è coerente con l’inflazione prevista per il proprio triennio di riferimento e costituisce la base su cui costruire un percorso stabile di tutela del potere d’acquisto. Pensare che un singolo contratto possa recuperare integralmente tutte le perdite accumulate negli anni precedenti significa ignorare il funzionamento stesso della contrattazione nel pubblico impiego.
Ed è proprio la continuità contrattuale il vero elemento strategico. Per anni il comparto ha sofferto rinnovi tardivi, lunghi blocchi e ritardi che hanno inevitabilmente inciso sulle retribuzioni. Oggi, invece, si afferma un principio diverso: rinnovare i contratti con regolarità affinché l’inflazione venga affrontata progressivamente, senza accumulare nuovi divari. È una filosofia ormai riconosciuta nell’intero pubblico impiego e condivisa dalla grande maggioranza delle organizzazioni rappresentative del comparto Difesa, Sicurezza e Soccorso Pubblico. Soltanto alcune APCSM continuano a non riconoscerne il valore. Una posizione che rispetto, ma che considero miope, perché rischia di fermarsi alla fotografia del presente senza cogliere la prospettiva di un sistema contrattuale finalmente stabile e continuativo.
Questo non significa affermare che il contratto sia perfetto. Nessuno lo ha mai sostenuto. Significa, invece, riconoscere che rappresenta il miglior risultato concretamente raggiungibile nelle condizioni date e che, soprattutto, pone le basi per affrontare i grandi temi ancora aperti: previdenza dedicata, valorizzazione della specificità, rafforzamento delle risorse accessorie, revisione della normativa sindacale e verifica del potere d’acquisto già prevista nel 2027. È una scelta che il SAM ha assunto al termine di un percorso democratico di confronto e ratifica con i propri iscritti, attraverso assemblee territoriali svolte sia in presenza sia online, nella convinzione che le decisioni più importanti debbano essere condivise prima ancora che assunte.
Negli ultimi anni ho visto crescere una forma di populismo sindacale che mi preoccupa. Una rincorsa continua alla promessa più grande, alla polemica più forte e alla ricerca del consenso immediato. Ma il consenso costruito sulle illusioni dura poco; la delusione di chi scopre che quelle promesse erano irrealizzabili dura molto di più. Il sindacato, almeno quello in cui credo io, non può alimentare aspettative impossibili da soddisfare. Deve avere il coraggio di spiegare ai lavoratori quali risultati sono réellement ottenibili al tavolo negoziale e quali, invece, richiedono decisioni legislative e risorse che nessuna trattativa può creare dal nulla.
Per questo considero la firma del contratto una scelta di responsabilità e non una resa. È molto più semplice restare fuori e criticare ogni accordo. È molto più difficile assumersi la responsabilità di decidere, ottenere miglioramenti concreti e continuare a lavorare perché il contratto successivo possa fare ancora meglio. La credibilità vale più della propaganda. Non mi interessa promettere miliardi sapendo che non esistono, né alimentare aspettative che nessun tavolo potrebbe soddisfare. Mi interessa lasciare ai militari qualcosa di concreto dopo ogni trattativa, perché ogni diritto conquistato, ogni norma migliorata e ogni euro ottenuto entrano davvero nella vita delle persone.
Resto convinto che chi rappresenta i lavoratori debba avere il coraggio di dire non soltanto ciò che le persone vorrebbero sentirsi dire, ma soprattutto ciò che è necessario fare per migliorare davvero la loro condizione.
Perché, alla fine, non saranno gli slogan a essere giudicati. Saranno i risultati.










