24 Luglio 2026

Il rumore del “no” e la responsabilità di costruire

Da giorni assistiamo a una campagna mediatica senza precedenti portata avanti da un gruppetto di “bulli” e da altri che, forse per mancanza di coraggio o semplicemente perché trascinati dagli eventi, hanno scelto di spostare il confronto sindacale su un terreno dove prevalgono slogan, propaganda e attacchi personali, anziché il merito delle questioni.

L’obiettivo appare evidente: trascinare il dibattito su un terreno di gioco dove le regole sono quelle della demagogia e del consenso immediato. Ma il sindacato è un’altra cosa.

Peccato che il primo problema di chi sceglie di dire sempre e soltanto “no” sia uno solo: dopo aver sparato i primi colpi mediatici, ci si ritrova esattamente al punto di partenza. Perché il “no”, da solo, non aumenta gli stipendi, non modifica le norme, non apre tavoli e non crea risorse.

Ed è proprio questo il punto.

Per alcuni, il “no” è stato soprattutto un modo per defilarsi. Dire “io non ci sto” è certamente più semplice che assumersi la responsabilità di una scelta, sedersi ai tavoli, negoziare, individuare le priorità e portare a casa ciò che è concretamente possibile ottenere.

Il problema diventa ancora più evidente quando il populismo e la demagogia prendono il posto della serietà. Promettere tutto a tutti non costa nulla. Governare una trattativa, invece, significa confrontarsi con i limiti della finanza pubblica, con le competenze del tavolo negoziale e con la necessità di stabilire delle priorità.

Se si sommano tutte le richieste avanzate, a vario titolo, dalle diverse sigle che oggi contestano l’accordo, il fabbisogno economico supera abbondantemente i 3 miliardi di euro già limitandosi alle sole rivendicazioni di natura contrattuale. Se poi si aggiungono anche le richieste che esulano dal contratto e richiedono specifici interventi legislativi, servirebbero almeno altri 3 miliardi di euro. Cifre che, allo stato attuale, non trovano alcuna copertura finanziaria.

È quindi inevitabile che promesse di questa portata, se non accompagnate da un reale percorso legislativo e da adeguati stanziamenti, rischino di trasformarsi in semplici slogan.

Eppure questa dinamica non è nuova. In passato molti colleghi sono già stati sedotti da chi prometteva scorciatoie e soluzioni miracolose, salvo poi fare i conti con una realtà ben diversa. La memoria, però, sembra essere corta. Cambiano i protagonisti, cambiano gli slogan, ma il copione resta sempre lo stesso: alimentare aspettative senza spiegare come quelle promesse possano essere realmente finanziate e trasformate in diritti.

Un sindacato serio non alimenta illusioni. Spiega cosa è possibile ottenere oggi, costruisce le condizioni per ottenere di più domani e non confonde gli obiettivi con gli strumenti necessari per raggiungerli.

Noi abbiamo scelto la strada della responsabilità. Abbiamo preferito garantire da subito aumenti economici, arretrati, tutele normative e l’avvio di percorsi politici su previdenza, specificità e ulteriori risorse, piuttosto che rinviare tutto inseguendo obiettivi che, senza adeguate coperture, sarebbero rimasti soltanto annunci.

La differenza tra propaganda e sindacato è tutta qui.

La propaganda promette miliardi. Il sindacato lavora per reperirli.

La propaganda urla. Il sindacato negozia.

La propaganda vive di slogan. Il sindacato vive di risultati.

Perché, alla fine, i post sui social passano. Le campagne mediatiche finiscono. Le polemiche si spengono.

Gli aumenti in busta paga, gli arretrati, i diritti conquistati e le norme che migliorano concretamente la vita del personale, invece, restano.

Ed è su questi risultati, non sul rumore, che il personale giudicherà il lavoro di ogni organizzazione sindacale.

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