Editoriale a cura del Presidente Nazionale del Sindacato Autonomo dei Militari (SAM) Carmine Mazzarella
Il sindacalismo militare è una realtà giovane. Proprio per questo richiede studio, competenze, esperienza negoziale e la capacità di comprendere meccanismi normativi, contabili e istituzionali che non si improvvisano.
Ben diverso è fare sindacalismo parlando esclusivamente “alla pancia”. Per quello non servono approfondimenti, non serve confrontarsi ai tavoli, non serve costruire soluzioni. Basta individuare un nemico, alimentare il malcontento e presentarsi come gli unici “rivoluzionari”. È una strategia che può portare consenso nell’immediato, ma difficilmente produce risultati concreti.
Per capire cosa significhi davvero forza sindacale basta guardare, con umiltà, a chi questo percorso lo ha iniziato decenni prima di noi.
Nella Polizia di Stato oltre il 90% del personale è iscritto a un’organizzazione sindacale. Questo è il vero messaggio politico. Una categoria che crede nella rappresentanza e le attribuisce un ruolo determinante nei rapporti con il Governo.
Noi militari, invece, abbiamo trasmesso un messaggio completamente diverso. Con un tasso di sindacalizzazione che supera di poco il 20%, significa che solo un militare su cinque sceglie di essere rappresentato. È questa, piaccia o no, la vera comunicazione alla politica: una categoria che, numeri alla mano, ritiene ancora marginale lo strumento sindacale. Eppure, quando c’è da criticare o lamentarsi, la partecipazione sembra improvvisamente avvicinarsi al 100%.
Anche per questo meritano attenzione le scelte compiute dalle principali organizzazioni del comparto Difesa e Sicurezza. Nella Polizia di Stato, pur esprimendo riserve sul contenuto economico del rinnovo, organizzazioni come SIULP, SAP, SIAP e COISP hanno ritenuto che il contratto rappresentasse comunque un punto di partenza credibile per affrontare riforme strutturali, a partire dalla previdenza dedicata. Analoga valutazione è stata espressa da importanti organizzazioni dell’Arma dei Carabinieri, come il SIM Carabinieri.
Questo non significa essere soddisfatti di tutto. Significa comprendere la differenza tra una strategia negoziale e uno slogan.
Il SAM ha scelto di non alimentare una frattura all’interno dell’intero comparto Difesa e Sicurezza. Ha scelto la strada più complessa: negoziare fino all’ultimo, ottenere impegni politici, assumersi la responsabilità di una decisione consapevole, pur sapendo che sarebbe stata accompagnata da un forte bombardamento mediatico e da inevitabili attacchi.
Chi ha deciso di non sottoscrivere l’accordo avrà certamente le proprie motivazioni. Ma è legittimo chiedersi quale sia il risultato concreto perseguito. Un “messaggio alla politica”? La richiesta di risorse aggiuntive immediate? Il recupero integrale di decenni di ritardi contrattuali e di venticinque anni di mancata previdenza complementare in un solo rinnovo? Se questi sono i presupposti indispensabili per firmare un contratto, allora il rischio è quello di non firmarne mai nessuno.
Il sindacato non si misura dalla capacità di ottenere applausi sui social, ma dalla capacità di produrre risultati, anche graduali, nell’interesse del personale.
La credibilità non si conquista con gli slogan, ma con il lavoro quotidiano, con lo studio, con il confronto e con la responsabilità di assumere decisioni difficili quando servono.
Il SAM ha scelto questa strada. Una scelta forse meno popolare, certamente più impegnativa, ma orientata a costruire risultati concreti che andranno a beneficio di tutti i militari, iscritti e non iscritti, appartenenti alle organizzazioni firmatarie e a quelle che hanno scelto una strada diversa.











