Trovo interessante leggere alcuni messaggi che circolano in queste ore: “9 sigle su 14 hanno detto no al contratto.”
Per un momento lasciamo da parte il merito della scelta e soffermiamoci sul metodo.
Sembra quasi si voglia far passare l’idea che quei numeri rappresentino una maggioranza e che, di conseguenza, i firmatari siano una minoranza. Ma chi conosce il D.Lgs. 195/1995 sa bene che il tavolo del comparto Difesa e Sicurezza è uno solo ed è articolato in tre anime: Forze di polizia ad ordinamento civile, Forze di polizia ad ordinamento militare e Forze armate. Giungono a distinti DPR, ma il confronto negoziale resta unico e coinvolge l’intero comparto.
Per questo ridurre tutto a una semplice conta delle sigle all’interno di una sola anima significa non conoscere, o fingere di non conoscere, il funzionamento della procedura negoziale prevista dalla legge.
Su quel tavolo siedono organizzazioni che hanno alle spalle oltre quarant’anni di esperienza sindacale e conoscono perfettamente regole, tempi e responsabilità della contrattazione ed ognuno con propria visione ha sottoscritto l’accordo. Accanto a loro siedono realtà più giovani che stanno costruendo il proprio percorso ma la gioventù ti fa essere esuberante forse anche troppo in alcuni casi. Il confronto è sempre legittimo; raccontare una realtà diversa da quella prevista dalla normativa lo è molto meno.
E veniamo al merito.
Alla fine, la parte del tavolo che ha deciso di chiudere il contratto ha scelto di mettere immediatamente il massimo delle risorse possibili nelle tasche dei colleghi. Perché una cosa è ricevere circa 1.900 euro lordi di arretrati e 180 euro lordi medi mensili tra la fine del 2026 e l’inizio del 2027; ben altra cosa sarebbe stata rinviare tutto al 2028. Si sarebbe perso quel principio voluto da anni della continuità contrattuale che non è mai accaduto.
Ha destinato gli ultimi 10 milioni di euro della parte accessoria al FESI, introducendo una norma di salvaguardia che ne consentirà l’alimentazione anche attraverso le future leggi di bilancio.
Ha consentito la rivalutazione dello straordinario che, per il personale impiegato nell’operazione Strade Sicure, comporterà già un beneficio economico stimato in circa per un totale di circa 400 euro lordi in media.
Ha introdotto nuove tutele per la genitorialità, consentendo al militare neo papà di dedicarsi pienamente alla propria famiglia nella prima settimana di vita ed elevato il limite di età del figlio per la fruizione del congedo parentale fino a 14 anni.
Ha ampliato le possibilità di utilizzo delle 150 ore per il diritto allo studio, favorendo concretamente l’elevazione culturale del personale.
Ha consentito che i permessi brevi possano essere recuperati entro 60 giorni e no più 30 anche attraverso ore di recupero compensativo.
Ha introdotto il buono pasto nelle missioni sotto le 8 ore, sia per il personale impiegato singolarmente sia per quello impiegato collettivamente, quando non è possibile usufruire della mensa, superando il ricorso al sacchetto viveri.
Ha ottenuto, per la prima volta, l’istituzione di un tavolo dedicato alla previdenza con il coinvolgimento di tutti i Ministeri competenti.
Ha ottenuto un tavolo di riforma della 46 necessaria per ampliare le agibilità sindacali ed arrivare ad un vero II livello di contrattazione.
Ha previsto che le organizzazioni firmatarie possano continuare a negoziare le risorse che saranno destinate al personale attraverso le future leggi di bilancio e il FESI.
Ha inserito una clausola di verifica nel luglio 2027 che consentirà un confronto tecnico con la Funzione Pubblica per valutare la tenuta del potere d’acquisto delle retribuzioni e, se necessario, integrare le risorse già stanziate per il contratto 2028-2030.
L’altra parte ha scelto di dire no. Un no, senza se e senza ma.
È una scelta assolutamente legittima. Ma allora occorre avere l’onestà intellettuale di spiegare ai colleghi a cosa si è detto no. Perché non si è detto no soltanto a un contratto: si è detto no ad aumenti immediati, ad arretrati, a nuove tutele, a strumenti di welfare, a un percorso sulla previdenza, a risorse aggiuntive per il FESI, alla rivalutazione dello straordinario, alla verifica del potere d’acquisto e alla possibilità di continuare a negoziare ulteriori risorse.
Si può dissentire. È il bello del pluralismo sindacale.
Quello che non si può fare è raccontare una realtà diversa da quella prevista dal D.Lgs. 195/1995 o far credere che una semplice conta delle sigle descriva il funzionamento del tavolo negoziale.
I numeri contano. Ma ancora di più contano i risultati. Saranno i colleghi a giudicare chi ha scelto di assumersi la responsabilità di portare a casa ciò che era possibile oggi, continuando a costruire ciò che servirà domani.
Di certo non si può continuare a vivere di campagne d’odio, disinformazione e giochi di prestigio comunicativi.
Ma dire NO significa dire no a tutto ciò che quel contratto contiene. E su questo, forse, varrebbe la pena riflettere.











